Big Tech: il tempo delle regole

L’audizione dei CEO di Apple, Amazon, Facebook e Google, alla sotto-commissione Giustizia della Camera Usa, diretta dal democratico David Cicilline e focalizzata sui temi dell’Antitrust, Commercial and Administrative Law, segna un punto di svolta culturale per almeno cinque ragioni.

Innanzitutto, rispetto a passate audizioni, e pur con qualche scivolone tecnico (come la domanda sull’uso dei cookies da parte di Facebook e sulla vendita di materiale rubato su Amazon), la media degli interventi dei membri del parlamento ha offerto riflessioni approfondite e consapevoli del modello di business delle big tech, della loro diversità, dei meccanismi della profilazione algoritmica e dell’intrinseco legame con la pubblicità online. In secondo luogo, si è posta una enfasi chiara sui possibili effetti anticoncorrenziali nei mercati intermediati dalle Big Tech, non solo in relazione all’accesso ai dati degli utenti e ai conflitti di interesse nelle grandi piattaforme globali che intermediano prodotti e servizi dei diretti concorrenti, ma anche in relazione alle informazioni sui concorrenti, informazioni capaci di generare un vantaggio competitivo non replicabile.

In terzo luogo, soprattutto negli interventi e nelle domande del Presidente Cicilline, si è posto in modo chiaro il tema della interdipendenza tra l’efficienza del matching algoritmico della pubblicità online e quello di contenuti informativi riconducibili a pratiche di disinformazione e hatespeech. Ancora, si è affrontato in modo più chiaro, rispetto al passato il tema della verifica delle modalità e degli esiti delle policy di autoregolazione, evidenziando l’assenza di una necessaria trasparenza, accountability e verificabilità indipendente delle attività di autoregolazione. Infine, si è argomentato che anche sistemi chiusi, come quello di Apple, possano presentare i medesimi rischi anticoncorrenziali di sistemi aperti, come quello di Google, circostanza che invece la Commissione europea era sembrata sottovalutare con l’ultimo caso di abuso di posizione dominante aperto (solo) contro Google.

E’ apparso, più che nel passato, un vero e proprio ‘processo’ alle Big Tech, proprio perché questa volta non vi era un tema specifico (come nel caso della disinformazione su elezioni) in discussione ma il modello di business e il modo in cui le condotte dei GAFA possono influenza la concorrenza nei mercati e il pluralismo informativo.

Al tempo stesso, proprio il confronto nel parlamento americano ha mostrato le contraddizioni profonde che segnano la difficoltà del sistema statunitense nel raccapezzarsi sul modo con cui trattare con le Big Tech. Il punto di fondo è che il dibattito di policy americano resta pesantemente ancorato alla dimensione antitrust, ma è molto indietro sul tema della regolazione. Il tema nuovo che va affrontato non è quello di capire se e come modificare la legge antitrust. A maggior ragione negli Stati Uniti dove in teoria vige una vecchia norma contraria sia alla monopolizzazione che al tentativo di monopolizzazione, mentre nella tradizione europea solo gli abusi di una posizione dominante già conseguita possono essere oggetto di intervento. Insomma, l’impianto antitrust USA permetterebbe alle autorità di quel paese di contrastare una posizione dominante, singola o congiunta, nel suo formarsi e consolidarsi. Un approccio che sarebbe particolarmente adatto nel caso di piattaforme globali la cui dominanza derivi soprattutto dal rafforzarsi di effetti di rete e costi di uscita per gli utenti e che peraltro potrebbe anche guidare un approccio assai più aggressivo sul tema delle fusioni e acquisizioni tra imprese attive nella elaborazione e nello sfruttamento dei big data. Eppure, non soltanto queste normative non vengono rispolverate, ma negli Usa si dibatte di come modificare l’antitrust per contrastare il potere id mercato delle Big Tech, mentre si ha una riluttanza culturale a pensare ad introdurre forme di regolazione ex-ante della dominanza derivante dagli effetti di rete.

Il dibattito parlamentare americano ha confermato la assoluta necessità di spostare il fuoco della discussione dall’antitrust alla regolazione delle grandi piattaforme e cioè anche in ragione della circostanza che i meccanismi che rafforzano il potere di mercato delle Big Tech (l’acquisizione dei dati degli utenti e l’efficienza della profilazione algoritmica a fini di inserzionismo pubblicitario) sono esattamente gli stessi che favoriscono il dilagare di strategie organizzate di disinformazione e hate speech online. Ma è tuttavia proprio sul campo della regolazione che gli Stati Uniti scontano un ritardo culturale se non una vera e propria allergia alla parola ‘regulation’. Se guardiamo alle telecomunicazioni e ai media, gli Stati uniti sono stati sempre tipicamente lontani dal modello regolatorio europeo, cioè dall’avvento di quello che potremmo definire lo Stato regolatore. Studiosi come Thomas Philippon e Susan Crawford da tempo ritengono che il minor tasso di regolazione delle industrie a rete negli Stati Uniti rispetto all’Europa ha portato in quel paese a maggiori concentrazioni, prezzi più altri per i consumatori, minore tasso di ingresso di nuovi entranti e così via. Il punto di fondo della regolazione europea è stato quello di individuare condizioni soggettive di taluni operatori (ad esempio essere operatori con significativo potere di mercato o titolari di risorse pubbliche scarse, come nel caso delle frequenze televisive) la cui sussistenza generava obblighi particolari di comportamenti sul mercato o sulle caratteristiche dei servizi offerti.

Il dibattito sull’European Digital Service Act può muoversi sulle stesse linee, traendo spunti dalle passate esperienze regolatorie e ovviamente tenendo adeguatamente conto delle profonde diversità dei modelli di business delle piattaforme digitali. Ma se l’Europa si sta muovendo, come già fatto con il GDPR per i dati personali, su un terreno di regolazione ex-ante, gli Stati Uniti devono fare i conti con la propria storica riluttanza e con alcune contraddizioni giuridico culturali mai sanate. Ad esempio, com’è possibile per Cicilline contestare a Facebook la diffusione di disinformazioni pericolose sul Covid19, quando la FCC ha archiviato, in nome del free speech, diverse denunce contro i false statement sul coronavirus nelle tv commerciali americane? E come compiere progressi sul contrasto all’hatespeech online quando la Corte Suprema non riesce ancora a fare passi avanti significativi dai famosi criteri del social speech harm enunciati da Brandeis e Holmes un secolo fa?

Insomma, l’impressione è che oltre che prendersela con le Big Tech, i parlamentari Usa dovrebbero riflettere più approfonditamente sul ruolo della regolazione ex-ante e su come superare dilemmi e fantasmi irrisolti che seppure più forti nel mondo online accompagnano da oltre un secolo la cultura democratica americana e il confine tra Stato e Mercato e, in ultima analisi, tra libertà e cittadinanza.

© 2006 byAntonio NIcita

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