• Antonio Nicita

Evidence-Based Policy!

Misurare gli effetti delle politiche è fondamentale. Sia per capire se funzionano e quando correggerne il tiro, sia, più in generale, per aggiornare le nostre conoscenze sulla relazione tra obiettivi delle politiche economiche e gli strumenti prescelti. Raccogliere dati ed elaborare evidenze empiriche aiuta a dibattere di politica economica in maniera informata, offrendo una resistenza alla tentazione secondo cui se una data politica non sortisce gli effetti sperati, la ‘colpa’ è della realtà o, peggio, di chi la studia e la misura. Gli esperti che raccolgono dati, propongono misurazioni, avvertono di effetti contro-intuitivi sono spesso raffigurati come moderne Cassandre, uccelli del malaugurio, avversari politici e, più recentemente, come élite sperduta in un mondo autoreferenziale fatto di numeri e modelli incomprensibili ai più. Accade così che determinate politiche, a favore di determinati gruppi o settori o territori, spesso spinte unicamente dalla ricerca di consenso politico nel brevissimo termine, non siano nemmeno misurate quanto ai loro effetti, o meglio, si succedano nel corso nel tempo con ostinata autoreferenzialità, senza neanche accennare al legame che si ha in mente tra strumenti e obiettivi e senza un’indicazione dell’orizzonte temporale minimo lungo il quale valutare gli effetti prodotti.

Al fine di disegnare ricette utili ai cittadini, occorrerebbe, più umilmente, impegnarsi a disegnare le politiche sulla base delle evidenze empiriche di cui si dispone e, ove necessario, a correggerle sulla base dell’analisi degli effetti che esse producono. Il contributo dell’analisi empirica è inoltre fondamentale non solo per valutare le teorie che applichiamo, ma anche per elaborarne di nuove, per aggiornare le nostre conoscenze o, se si vuole, per comprendere quanto ancora non sappiamo di fenomeni complessi. Esattamente il contrario della presunzione attribuita, da una certa propaganda neopopulista, alle cosiddette élite: chi si sottopone al vaglio delle misurazioni empiriche ricorda più un Socrate che una Cassandra, naturalmente a patto che sappia conservare l’umiltà di chi è consapevole di non sapere.

S’impara molto facendo parlare i fatti (e i dati). Il che spesso significa costruire almeno due contesti simili per ogni aspetto, tranne che per quello rispetto al quale si vuole misurare l’effetto di una determinata politica. I due casi, quello con introduzione di una politica e quello che invece opera come ‘controfattuale’, sono così osservati in un certo orizzonte temporale in base agli impatti prodotti su una variabile target, sterilizzando tutti gli altri fattori che possono spiegarne le differenze. Nei casi più fortunati, si possono osservare i cosiddetti esperimenti naturali, ovverosia casi in cui un determinato contesto, rispetto ad un altro che funge da contesto controfattuale, subisce uno shock esogeno (cioè non determinato dal contesto oggetto di analisi ma proveniente dall’esterno) che azzera l’impatto di alcuni fattori su un determinato comportamento, permettendo più facilmente di isolare l’impatto della politica su una variabile target.

L’approccio di evidence-based policy segue quest’ultimo paradigma interpretativo e si traduce, nelle singole analisi empiriche, nella proposizione di un chiaro ‘problema di identificazione’ che costituisce la base di partenza dell’indagine empirica: la illustrazione di una ipotesi che si intende falsificare, la tipologia dei dati, l’isolamento del fattore causale e così via. Il successo di questo tipo di analisi dipende innanzitutto dalla qualità, oltre che dalla quantità, dei dati di cui si dispone. Aver accesso ai dati è la benzina della ricerca empirica e per tale ragione va incoraggiata, ad ogni livello, specie nelle amministrazioni pubbliche, l’adozione di politiche trasparenti di costruzione e messa a disposizione dei dati, se possibile con formati facilmente utilizzabili dai ricercatori.

L’elemento della concretezza distingue le analisi evidence-based da quelle che gli economisti proponevano anni fa, per lo più tese a discutere aspetti astratti come stato e mercato, capitalismo e socialismo, lavoro e capitale. Si tratta di un’evoluzione che ha incardinato le analisi economiche nell’alveo del processo di policy making- Gli economisti sono ora in grado di aiutare il decisore pubblico nella scelta delle politiche, mostrando cosa funziona e cosa no e come disegnare programmi di intervento efficaci. Si tratta di un’evoluzione salutare: politiche migliori rendono un paese più produttivo, innalzano il benessere dei suoi cittadini; un elettorato meglio informato sugli effetti delle politiche potrà compiere alle urne scelte più lungimiranti.


Scritto con F. Pammolli, Pubblicato su Formiche 2021