• Antonio Nicita

Il diritto a non essere disinformati

Una delle parole che ci ha più accompagnato in questi anni di pandemia è stata: disinformazione. Non si tratta soltanto di singole notizie false o fake news, ma di strategie ben organizzate, di falsità ripetute, disegnate per essere credibili e credute, per polarizzare il dibattito pubblico, per definire le priorità dell’agenda politica, per alimentare sfiducia nei confronti delle istituzioni, della conoscenza, del modo in cui il sapere scientifico progredisce. Per questo, al di là dell’oggetto e del contenuto, le strategie di disinformazione sono intrinsecamente politiche, nei loro effetti e nelle loro intenzioni.

La questione della disinformazione non è, certo, nuova. Ma è davvero un paradosso che essa torni così centrale nell’epoca della digitalizzazione delle informazioni e dell’accesso più libero, rapido e decentralizzato ad esse, mai esperito dall’umanità intera. La libertà di espressione (free speech) non è più soltanto associata alla libertà di informare, di informarsi e di essere informato, ma è stata estesa anche alla libertà di disinformare o di esporsi alla disinformazione. Com’è possibile che la disinformazione trionfi anche in una società nella quale, spendendo qualche tempo sul web, si possono verificare le notizie, approfittando della grande disponibilità di informazioni che il web ci offre?


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